post — 11 ottobre 2018 at 22:23

Report workshop internazionale a Melendugno su repressione movimenti a difesa dell’ambiente

Si sono conclusi domenica 7 ottobre i lavori del workshop internazionale “Policing Extractivism: Security, Accumulation, Pacification”, tenutosi a Melendugno (LE) e dedicato al tema dell’utilizzo dei poteri di polizia contro i movimenti per la difesa della terra.
Ricercatori universitari e militanti provenienti da varie parti dello stivale e da paesi della vecchia Europa e delle Americhe hanno potuto condividere ragionamenti ed esperienze.
Il luogo del confronto non è affatto casuale, ma è stato scelto in omaggio alla popolazione resistente di Melendugno che, per la sua opposizione al Trans Adriatic Pipeline, ha dovuto subire la violenza delle divise, la creazione di zone rosse e lo stato d’assedio.

Il workshop ha avuto inizio il 4 ottobre fuori dal cantiere TAP, affinché fosse la materialità delle recinzioni e del filo spinato ad impartire la prima lezione sull’intimo legame fra estrattivismo e repressione.
Nei giorni successivi la discussione si è focalizzata sulle strategie utilizzate dagli Stati e dalle transnazionali per combattere l’opposizione popolare alla devastazione e al saccheggio dei territori.
Dal dibattito è scaturita una impressionante visione di insieme sull’estensione dell’attacco alle comunità locali per imporre miniere a cielo aperto, estrazione gasiera o petrolifera, grandi opere ad alto impatto, speculazioni agroindustriali, furto di risorse idriche.
Un’aggressione che si sviluppa sia nei confronti delle comunità native – dal Canada agli Stati Uniti, dall’Argentina al Perù – che sotto il giogo dell’occupazione militare israeliana o delle autocrazie azera e turca, ma anche nelle “civili democrazie” europee.
Varie le modalità dell’attacco, che non disdegna l’uso dell’intelligence, della criminalizzazione mediatica e giudiziaria, della carcerazione e, fuori dal cd “primo mondo”, dell’assassinio seriale e della desapareciòn.

A rappresentare la situazione italiana, accanto alle esperienze dei movimenti salentini ed abruzzesi, non poteva ovviamente mancare il contributo del movimento No Tav .
Durante il workshop ci si è soffermati a lungo sulla criminalizzazione giudiziaria in Valle – con riferimento al maxiprocesso e al processo del compressore – e sulle pratiche di resistenza messe in atto.

Quello che segue è il testo della risoluzione finale del workshop, presentato nel corso dell’assemblea pubblica conclusiva.

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Risoluzione finale

Ci siamo incontrati per tre giorni in Salento, ospiti del Transnational Institute, dell’Associazione Bianca Guidetti Serra, CEDEUAM- UniSalento e del Movimento No TAP per discutere e scambiare esperienze sulla “Guerra invisibile a chi difende la propria terra”.

Siamo accademici ed accademiche, attivisti e attiviste, avvocati ed avvocate, esperti di ogni parte del mondo che studiano o si trovano quotidianamente a vivere direttamente le conseguenze della stretta correlazione tra espansione delle attività estrattive e delle infrastrutture collegate e la cosiddetta “pacificazione”, strategia di repressione e criminalizzazione da parte degli stati e delle forze di polizia e sicurezza contro chi difende la terra e chi ci vive.

Qua in Salento come in Amazzonia, o in Inghilterra dove tre attivisti che protestavano contro le attività di fracking sono stati recentemente condannati a un anno e mezzo di reclusione. O come nella foresta di Hambach in Germania minacciata dall’espansione di una miniera di carbone o il territorio di Bure in Francia dove si vorrebbe costruire un impianto di stoccaggio di rifiuti nucleari.

Oggi per accedere a risorse chiave necessarie per alimentare l’attuale sistema di sviluppo sfruttano e occupano territori fragili dal punto di vista sociale ed ambientale, si sfruttano fonti di energia e minerali strategici, esternalizzando i costi del modello su comunità locali e indigene.

Quei territori vengono trasformati profondamente, militarizzati, vengono create di fatto zone di sospensione dei diritti di cittadinanza e di resistenza, ed al contempo agevolati gli investimenti delle industrie estrattive. Lo sono le zone economiche e di libero scambio lo diventano ora i luoghi nei quali si estraggono risorse e valore per i mercati globali. Territori che vengono militarizzati, alla stessa stregua delle frontiere, chiuse alla libera circolazione delle persone, aperte ai capitali ed agli investimenti.

Esiste una stretta relazione tra chi lotta contro l’estrattivismo, e chi si impegna per salvare vite, proteggere i diritti di chi migra, spesso espulso dalla propria terra a causa delle ricadute dirette o indirette dell’estrazione di risorse, o degli impatti ambientali e climatici da essa provocati.

Chi difende i migranti viene oggi criminalizzato e perseguito alla stessa stregua di chi protegge la terra e l’ambiente.

Esiste un nesso indissolubile quindi tra l’attuale fase del capitalismo estrattivista, la sua espansione, la distruzione dell’ambiente della Madre Terra in ogni parte del Pianeta, la repressione e la securitizzazione dello spazio pubblico, e la criminalizzazione di chi difende la terra, della famiglia umana presente e futura. Come dimostrano gli ultimi dati dell’organizzazione Global Witness si registra un aumento delle uccisioni di difensori della terra (207 nel 2017) connesso all’impatto delle attività di estrazione mineraria e agribusiness la maggior parte delle quali erano leader indigeni e indigene. Proprio come Berta Caceres, donna, indigena e difensora della terra honduregna uccisa 31 mesi fa per il suo impegno a difesa della terra del suo popolo. O come Santiago Maldonado, desaparecido ed ucciso mentre era impegnato in solidarietà con il popolo Mapuche in Argentina. O il leader Mapuche Rafael Nahual fucilato nella sua comunità.

Proprio dal Salento, dove movimenti e comunità locali da anni lottano per opporsi al progetto della Transadriatic Pipeline (TAP) ed altre forme di sfruttamento predatorio del territorio:

Esprimiamo la nostra solidarietà ed il nostro sostegno a chi oggi in ogni parte del mondo lotta per la propria dignità, il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente, per i diritti della Madre Terra, per i difensori e le difensore dei diritti umani e dell’ambiente;

Lanciamo una rete per mettere in connessione e condividere informazioni, esperienze e pratiche di chi oggi nelle università e centri di ricerca approfondisce le ricadute dei modelli di “pacificazione” e repressione connessi all’estrattivismo, ed i movimenti e le comunità, che resistono all’estrattivismo e ne subiscono le conseguenze. Una rete di collaborazione, scambio, apprendimento reciproco su vertenze e lotte comuni a livello locale in Italia ed a livello internazionale.

Ci appelliamo al Tribunale Permanente dei Popoli ed al Tribunale per i Diritti della Natura affinché si consideri la convocazione – il prossimo anno – di una sessione specifica sui Difensori della Terra, che offra una piattaforma di denuncia della repressione e delle violazioni dei diritti dei popoli e della natura correlate alle varie forme di estrattivismo in ogni parte del mondo. E che faccia tesoro del lavoro del Tribunale Permanente dei Popoli sui diritti dei migranti, e del Tribunale sui Diritti della Natura tuttora in corso.

Proponiamo che dal Salento, dai suoi sindaci che accompagnano la resistenza alla TAP parta un’iniziativa di accoglienza e rifugio per chi ha bisogno di lasciare il proprio paese temporaneamente, per continuare nel proprio impegno, qualora le minacce e le pressioni mettano a rischio la propria incolumità, e per rafforzare legami e alleanze.

Borgagne 7 ottobre 2018

Gli organizzatori, i relatori e i partecipanti del workshop su:

“POLICING EXTRACTIVISM: SECURITY, ACCUMULATION, PACIFICATION”