post — 9 novembre 2012 at 16:00

Leggendo Dante…

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
……….
( Dante, Inferno, III, 25.30)

Clarea di notte. Sulla terra desolata del cantiere non stelle, non aliti di vento, né voci della natura; solo il fascio chirurgico dei riflettori, il rombo dei generatori, lo squallore di cave e discariche.
Nella voragine a gradoni che ha ingoiato il bosco di castagni si materializzano le Malebolge dantesche, i gironi irti di sassi, attraverso i quali arrancano verso di noi presenze armate, i cupi custodi di quel “luogo d’ogni luce muto”.
Fa impressione lo stupro alla vita e alla bellezza, questa morte programmata, portata avanti in uno scenario di muraglioni, ruspe, gru, trivelle, blindati che si aggirano “sempre in quell’aura sanza tempo tinta”.
Nella notte arrogante del potere il torrente tace, i boschi sono come raggelati e le costellazioni immensamente lontane, Il futuro sembra impossibile.
Ma guardo i volti dei miei compagni di viaggio, ne sento la tranquilla determinazione, l’allegra ironia delle voci e tutto torna a posto: il non-luogo del cantiere con i suoi muri e le sue reti non è che un intoppo momentaneo, un punto morto che presto scomparirà.
La notte stellata torna a riempirsi del mormorio del Clarea, lungo le misteriose vie del bosco si avvertono passi impercettibili, la brezza notturna canta la canzone di sempre.
Ci rimettiamo in cammino. Come sempre, si parte e si torna insieme.

Nicoletta Dosio