post — 20 settembre 2012 at 12:01

La voce del Clarea

Sono tornata in Clarea. Dopo una lunga camminata tra i colori e le voci di boschi e vigne autunnali, lo sferragliare di mezzi meccanici è la triste premonizione dello spettacolo che ti assale con prepotenza: dove c’erano castagni, betulle, un sottobosco pieno di vita e profumi ora si stende la desolazione di cumuli di macerie punteggiata da lince, ruspe, blindati,trivelle. Unica presenza famiglia

re, che stringe il cuore per quanto appare piccola e fragile in quel deserto, è la nostra baita in pietra, che ancora resiste, ai margini della voragine aperta dove si alzava la prima casetta sull’albero : la devastazione si sta allargando verso l’alto e verso il basso, sotto il grande prato sul quale (sembrano secoli) piantammo quasi duemila alberelli. Appendici delle macchine gli uomini: i militari stravaccati al sole ad aspettare il cambio, e i dipendenti delle ditte, volti anonimi, quasi invisibili sotto caschi e paraorecchie, pedine meccaniche e indifferenti di un sistema che li usa e presto li getterà.
Mentre ritorno, piango di rabbia impotente. Ma ecco che, dietro un avallamento, mi viene incontro la voce del Clarea; mi fermo sul ponte a guardare le sue acque, mi accarezza la brezza leggera che scende dai bosci e scorre come un alito gioioso. A pochi metri dal disastro la natura è forte e serena, più forte della follia di chi la vorrebbe distruggere. Come la nostra lotta, la grande, generosa, caparbia lotta di un popolo che non si arrenderà. Niente lacrime dunque, ma testa, cuore, mani, passi, e voce. Non ci fermeranno.
Nicoletta Dosio