post — 17 settembre 2013 at 16:32

La valle della paura un “romanzo” da leggere

Il foglioLo pubblichiamo così com’è perchè la signora giornalista che l’ha scritto ha già fatto tutto di testa e mano sua e non vogliamo rovinare un capolavoro del genere. L’articolo è un reportage/romanzo de Il Folgio, giornalino che vive di contributi pubblici diretto da quella personcina a modo di Giuliano Ferrara, ed è stato pubblicato qui il 13 settembre.

Buona lettura

Il Foglio – 13 settembre 2013

La valle della paura

In Val di Susa, dove il luddismo dei No Tav prepara il suo violento salto di qualità

“Lei ha un braccio / e benché ne abbia uno solo / c’è magia in questo unico braccio / che ne crocefigge milioni / distruggiamo il Re Vapore, il Selvaggio Moloc” (inno luddista)

Nella valle della paura, lo scombicchierato romanzo luddista del conflitto sociale sorto intorno ai cantieri della Tav rischia ormai da tempo di trasformarsi in qualcosa più drammatico, e il “macabro epilogo” è in agguato nei boschi della Val di Susa. E infatti sia gli inquirenti, guidati dal procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli, sia alcuni attivisti No Tav dell’area non violenta sono giunti alla medesima conclusione: “Presto ci potrebbe scappare il morto”, dicono al Foglio da entrambi i fronti. Ormai non passa giorno che non vi sia un atto di violenza, in una situazione di vera guerriglia, o di terrorsismo diffuso a bassa intensità. L’ultimo mercoledì notte, nella cava di Ferdinando Lazzaro dell’Italcoge, a cui i No Tav avevano già rotto un braccio durante una manifestazione, dopo minacce e buste con proiettili indirizzate al fratello Antonio, e sebbene la loro azienda non stia più lavorando per il cantiere dell’Alta velocità. Un rogo “punitivo” per la partecipazione di Ferdinando Lazzaro alla trasmissione “Virus”, in cui l’imprenditore ha denunciato il clima di paura e l’aumento delle violenze. “Non mi stupirei che tornassero anche stanotte”, racconta al Foglio Antonio Lazzaro: “Vogliono istigare lo stato ad alzare lo scontro per destabilizzare la valle e dimostrare che non hanno paura”. Un brutto romanzo, non più solo luddista.

I protagonisti. C’è l’intellettuale accartocciato sui suoi rovelli che considera la Val di Susa la nostra Striscia di Gaza (Erri De Luca) e rivendica il diritto al sabotaggio. C’è il politico, diventato un bersaglio mobile, che continua a ribadire in modo ossessivo il suo monito: che la Val di Susa rischia di diventare come i Paesi baschi (Stefano Esposito, senatore Pd, protetto da una scorta dopo l’ultima minaccia, molto seria, arrivata dal fronte radicale No Tav). C’è il procuratore generale Giancarlo Caselli che, memore della sua lunga esperienza investigativa contro il terrorismo, evoca spettri simili a quelli combattuti negli anni di piombo. E c’è il poliziotto con il polso della situazione, che ha capito fino a che punto la popolazione autoctona, a parte qualche pericolosa eccezione, abbia fatto un passo indietro, consapevole che ora sta per cominciare una nuova fase, più delicata e perigliosa, in cui ci potrebbe essere il nefasto “salto di qualità”. In mezzo, c’è un magma di antagonisti di ogni estrazione e provenienza: valsusini, forestieri italiani ed europei, goffi rampolli della vecchia lotta extraparlamentare e anarchici maldestri (ma molto determinati); qualche vecchio arnese delle Brigate rosse e reduci di Prima linea. E anche “indigeni” della bassa Val di Susa, padri e figli, invecchiati e cresciuti per vent’anni a pane e No Tav divisi in due opposte fazioni: quella radicale che ha scelto la filosofia eversiva del “tanto peggio, tanto meglio” e quella “gandhiana”, che non vuole spianare il cantiere Tav, a Chiomonte. Sono questi i protagonisti di un complicato romanzo misoneista e preindustriale (“Com’era verde la mia vallata”), dove si sono però smarrite le ragioni della protesta ambientalista.

La trama. Si svolge intorno a un cantiere, quello della Maddalena sul raccordo autostradale Torino-Bardonecchia, presidiato dai militari, dove si vive e si lavora come in una trincea. In una terra ormai off limits, quella della bassa Val di Susa, povera e deindustrializzata, che vuole chiudere le porte al mondo che viaggia ad alta velocità. Una valle diventata “oggetto di studio” di delegazioni palestinesi, scenario di una follia antica e contemporanea. Rappresentata come un’opera buffa su un sipario di poche decine di chilometri, dove un cantiere per un tunnel diagnostico, quello appunto della Maddalena, a Chiomonte, è diventato quasi un altare di un culto pagano per propiziare riti di guerra. Circondato da boschi tutt’attorno alla red line delle reti alte 5 metri, dove è stata costruita “la libera repubblica della Maddalena” dagli attivisti No Tav. Dentro, campeggi abusivi da cui di notte gli antagonisti escono per cercare di sabotare, cesoie alla mano, i lavori per l’alta velocità Torino-Lione che dovrebbe essere pronta – forse, chissà, magari – nel 2024. Manifestazioni pacifiche, riot notturni, giochi di posizione istituzionali e amministrativi fra sindaci no e sì Tav, e sindaci in bilico, come funamboli, che viaggiano sul filo dell’ambiguità, sia per paura di ritorsioni, sia per opportunità politica. Nel frattempo si susseguono roghi ai cantieri di imprese coinvolte nei lavori della Tav, considerati letteralmente “collaborazionisti”, manco ci fosse ancora la lotta partigiana. Evocata del resto in continuazione, dai siti web no tav, anche se sull’organo ufficiale del movimento, notavinfo, l’immagine scelta per auto-rappresentarsi è quella hollywoodiana di Keanu Reeves con un bazooka in mano nel cult film “Matrix”. Sulla linea Maginot della lotta No Tav non ci sono solo gli abitanti autoctoni, che hanno fatto della loro opposizione alla tratta dell’Alta velocità una questione di identità culturale, o di deriva identitaria, ma anche tanti vecchi arnesi dei plumbei anni 70. Come Maurizio Ferrari, per citare il più famoso, irriducibile ex brigatista, finito troppo presto in carcere per poter premere il grilletto, ma che non ha mai smesso di credere nella rivoluzione ed è finito di nuovo in galera nel gennaio nel 2012 per gli scontri avvenuti in Val di Susa. Oppure gli anarchici, che sui loro siti sostengono il diritto a rivendicare i roghi e i sabotaggi. Evocando un motto attribuito a un mitologico abitante dei boschi valsusini, il Giacu, scrivono: “Voi bella ditta fondazioni speciali, voi contenti. Voi costruire Tav, noi incazzati. Giacu incendiare vostri macchinari, voi incazzati. Noi preferire voi incazzati, noi contenti”. Quella galassia anarchica a cui appartiene anche il meno mitologico Luca Abbà, diventato agricoltore valsusino, che un anno fa è salito su un traliccio dell’alta tensione e ha rischiato di emulare Giangiacomo Feltrinelli. Salito in cima per sfuggire alla cattura dei poliziotti, è finito in coma, ma poi ha ricominciato la sua guerra.
Le varie anime della lotta No Tav sono come segmenti impazziti che si sono innestati e divaricati su una protesta che è stata patrimonio di un’intera valle fino al 2005, e che invece oggi ha un altro scopo, come riconoscono un po’ tutti gli osseratori, lucidamente (o follemente) politico: costringere lo stato oppressore a inginocchiarsi in Val di Susa, sull’altare di un binario ancora da costruire. “Si-farà-non-si-farà, chi-lo sa?”, questo è il refrain su in valle, dove le informazioni, spesso sommarie, sono sempre utilizzate in modo strumentale, ma valgono come assiomi. Ed ecco perché tutto si accavalla, si incrocia, si scontra. Apparentemente senza un disegno coerente.

La trama, le trame. Tutto comincia negli anni 90, quando l’intera valle (o quasi: diffidare delle autoproclamate maggioranze spontanee) si mobilita contro il progetto dell’Alta velocità, che ha costi ambientali rilevanti e taglia fuori la valle dalla tratta Torino. Il progetto si blocca e dopo un periodo di conflittualità permanente, nel 2011 si cambia direzione. Si approva un progetto diverso, si compensano i comuni coinvolti nella tratta e il conflitto finisce per concentrarsi intorno al tunnel esplorativo. Ma sono passati troppi anni, gli animi sono esacerbati e nel frattempo la Tav si è trasformata in un feticcio rivoluzionario.
Il 9 settembre scorso è stato appiccato un rogo al cantiere di un’azienda coinvolta nei lavori, la Imprebeton a Salbertrand, del gruppo Itinera: è il dodicesimo dall’inizio dell’anno. Una conferma dei nefasti presagi degli inquirenti. Anche di quelli della Digos, che prevedono una recrudescenza delle violenze, e un’escalation del conflitto che potrebbe diventare più cruento nell’arco di sei mesi. Il 30 agosto due attivisti del centro sociale Askatasuna di Torino sono stati arrestati con materiale per costruire ordigni esplosivi, maschere antigas, razzi pirotecnici e taniche di benzina trovate su una Toyota diretta verso la mecca del conflitto, scortata da altre quattro autovetture. Una scoperta, che gli inquirenti interpretano come dimostrazione di un “salto di qualità criminale” per il quale usano l’aggettivo “micidiale”. Al di là dei dettagli investigativi, le discussioni sui siti No Tav circa i modi corretti di condurre la lotta mostrano una spaccatura fra chi cerca di scaricare la responsabilità dei roghi ai cantieri sugli imprenditori e chi vorrebbe esporsi e rivendicare. I leader di Askatasuna accusano gli imprenditori di essere collusi, mafiosi, collaborazionisti in cerca di un compenso economico assicurativo, grazie all’autocombustione dei loro macchinari (un’insinuazione rilanciata anche dall’attore Ascanio Celestini), gli anarchici invece sono in disaccordo. Infatti scrivono: “Se in una rivoluzione esistono forze esterne che cercano di manovrare le forze in campo per indebolire il fronte rivoluzionario (…) questa lotta è valsusina e non sarebbe giusto che esterni decidano di dare il loro contribuito al di fuori della nostra strategia (…)”. Chi sono gli “esterni”? Gianni Vattimo, che conduce gli attivisti No Tav a trovare i loro compagni in carcere con accusa di eversione e/o terrorismo, e dagli anarchici viene rifiutato come corpo estraneo, sbertucciato come “neuroparlamentare”? O gli scrittori come Erri De Luca, che, messo alle strette dal giornalista di Repubblica Paolo Griseri, ammette di aver partecipato ai sabotaggi? O gli antagonisti che, da fuori, sono arrivati per alzare lo scontro – tanto da indurre alcuni militanti No Tav a confidare all’autrice di questo articolo che “nei campeggi ci sono ormai troppe teste di cazzo”, (letterale)? Ecco perché a partecipare all’ultimo assalto al cantiere, nel luglio scorso, quando gli operai sono stati costretti a rifugiarsi nel tunnel per non essere colpiti durante lo scontro fra i cavalieri della notte incappucciati, usciti dai boschi, e i poliziotti, vi erano solo un centinaio di manifestanti locali. La maggioranza della popolazione, ora preferisce voltarsi dall’altra parte quando la miccia si accende. Anche se, come spiega Gemma Amprino, il sindaco di Susa, dove verrà aperto il cantiere per la galleria ferroviara, nel 2015 “in Val di Susa le famiglie sono divise: dilaniate da un conflitto che è entrato nel loro Dna culturale”. Eletta da una lista Pdl per dare sostegno alla costruzione dell’Alta velocità, Gemma Amprino è anche insegnante di Storia in una scuola superiore – ogni volta che entra in classe, infatti, sulla lavagna trova la scritta “No Tav”– e ha ricevuto numerose lettere intimidatorie. Che si concludono sempre con la stessa frase: “Se non ti dimetterai, la tua vita sarà breve”.

Il Clima: la Valle delle mille paure. Per percepire il clima che si respira, le tante paure animate da spettri e fantasmi di questa valle, basta camminare di sera per le strade di Susa, dove negli alberghi lungo la Dora Riparia non si trovano più turisti, ma solo poliziotti che presidiano il cantiere. Oppure operai, architetti, tecnici che si spostano in incognito per sfuggire alla rabbia No Tav. Come quelli che devono assemblare la “talpa”, la chiamano così l’enorme fresa, in via di assemblaggio nel cantiere, che dovrà terminare la galleria diagnostica per verificare che non ci siano incognite ambientali nella montagna della Clarea. Sembrano usciti da un docufilm sulle zone di guerra, dove i contractors vengono da lontano per prestarsi a lavori “mercenari”. Arrivano dal Regno Unito, dalla Romania, dal Veneto, per non diventare bersagli mobili fuori dal cantiere. E si muovono veloci, per non lasciare tracce del loro passaggio. Oggi la bassa Val di Susa è diventata la valle delle paure. Paura del treno che va veloce e non fa(rà) più fermate, come cantava Francesco De Gregori, paura del progresso a cui molti residenti non vogliono né possono partecipare, paura delle polveri fini dei cantieri. Paura anche della disoccupazione, perché ad aggiudicarsi gli appalti sono ormai quasi tutte ditte forestiere e anche gli operai di qui preferiscono non finire dentro la trincea del cantiere in corso e di quelli che verranno. Paura per i figli che giocano a fare la guerra, paura per i poliziotti che hanno deciso di reprimere ogni forma di protesta perché il tempo corre e potrebbe essere già troppo tardi per impedire violenze contro le persone.
Gli attivisti No Tav non possono dormire sonni tranquilli perché ad ogni momento può arrivare una visita sgradita degli agenti della Digos, mentre gli imprenditori “collusi” conversano sommessamente sempre della stessa cosa: la lotta No Tav. Alcuni di loro, che vivono nei boschi, raccontano di avere un machete sul comodino. Altri abitanti invece tacciono perché nei boschi, a pochi chilometri dalle loro case, hanno figli che giocano a fare la guerra.

Lungo la linea Maginot, da Bussoleno a Susa, abitanti e amministratori, sì e No Tav, usano sempre più spesso la parola: “Guerra”. I roghi ai cantieri delle aziende si moltiplicano. Così come si moltiplicano gli arresti, i fermi degli attivisti (l’ultimo l’11 settembre contro tre anarchici che avevano minacciato una cronista di Repubblica). I sindaci dei comuni coinvolti direttamente dai cantieri hanno sposato, anche loro in modo fideistico, il progetto dell’opera pubblica in cambio di compensazioni economiche, mentre alcuni esitano per paura di ritorsioni. Molti altri, circa venti amministratori di comuni minori e il primo cittadino di Venhaus, laddove è stato scritto il primo capitolo del romanzo luddidsta, invece continuano ad opporsi. Come Sandro Patrizio, che amministra il comune di Avigliana, continuano a sostenere che la Tav è un’opera inutile, devastante e costosa, che invece di costruire treni che uccideranno gli abitanti con le polveri sottili sottratte alla montagna “stuprata” bisogna sistemare scuole e ospedali. E sposare un modello di sviluppo ecosostenibile basato sulla famosa decrescita (in)felice, che vada nella direzione opposta da quella intrapresa dal fronte nemico: i comuni dell’alta valle, come Bardonecchia. Laddove “si fa economia di rapina”, come sostiene Luca Giunti, tecnico volontario della comunità montana, che, nonostante sia contrario ai riot, considera inutile e costoso persino un capannone industriale. Con buona pace degli imprenditori che si trovano più a est, nel nordest, che si suicidano perché i loro capannoni falliscono. “Ai teorici del pil preferiamo i sostenitori del Bil, il benessere interno lordo”, spiega al Foglio con massimalismo ambientalista, lui che di mestiere fa la guardia forestale, anche se poi ammette che le istanze ambientaliste sono diventate secondarie e teme che prima o poi si possa offrire un sacrificio umano sull’altare pagano del cantiere Tav.
Forse ha ragione il sindaco di Sant’Antonino di Susa, Antonio Ferrentino, promotore per anni della lotta No Tav finché è stato presidente della Comunità montana, e poi passato sull’altro fronte “perché il progetto approvato nel 2011 è radicalmente opposto a quello originario: oggi si tratta di un’infrastruttura compatibile con l’ecosistema che avrà ricadute economiche positive per la popolazione”, spiega al Foglio. Ecco perché gli hanno ricoperto l’automobile di vernice gialla, di notte perché le imboscate si fanno di notte o a volto coperto, in segno di disprezzo.

Cui prodest? Lungo i binari di un treno che ancora non c’è, si fa fatica a capire quante partite si stiano giocando contemporaneamente. Se sia vero, come insinuano i più oltranzisti sostenitori della Tav, che dietro gli antagonisti ci siano anche interessi più corposi, come quelli del trasporto su gomma – dall’autostrada Torino-Bardonecchia transitano ogni anno 2.000 Tir, e il traforo del Frejus è in via di raddoppio, business che hanno certo da guadagnare dal rallentamento dei lavori per l’Alta velocità. Ma contro quest’altro altare di polveri sottili, il trasporto su gomma, gli antagonisti non si sono mai scagliati. C’è pure chi ha puntato polemicamente il dito contro la Sitaf, la società della Torino-Bardonecchia, ma forse sono illazioni create ad hoc, perché molti dei detrattori della Tav sono dipendenti o dirigenti della Sitaf. Come il presidente della comunità montana, Sandro Plano, militante del Pd, raccordo istituzionale della lotta No Tav che ha scritto una lettera pubblica al procuratore Caselli per condannare le violenze, ma rifiutando ogni ipotesi di un “salto di qualità” del movimento. Chissà se è vero che mentre ai piani bassi si gioca a fare la guerra, più in alto si gioca un’altra partita fra due lobby, fra quella della gomma delle autostrade contro quella delle ferrovie dello stato italiane e francesi, Ltf. E chissà se sia vero, come sostiene il commissario straordinario dell’osservatorio governativo, Mario Virano, che l’Alta velocità Torino-Lione fa parte di una delle priorità dell’Unione europea che dovrà investire il 40 per cento degli 8,2 miliardi di euro previsti per la sola tratta internazionale italo-francese, all’interno di un progetto complessivo di infrastrutture mediterranee. Come descritto dal saggio tecnico “Tav Sì”, curato dal vicepresidente dell’osservatorio, Paolo Foietta, e dal senatore simbolo di questa lotta impopolare, Stefano Esposito.

A salire quassù, dove si ferma il mondo, crescono gli interrogativi e diminuiscono le risposte. E’ verosimile che il traffico merci di circa 150 miliardi all’anno verso e dalla Francia non sia diminuito con la recessione? E’ plausibile che nel 2024, quando si presume che l’opera sarà terminata, la curva del mercato import-export fra Francia e Italia sarà delle stesse dimensioni? O ci si troverà con un’opera già superata? Quello che è certo, fino a ora, è che il romanzo luddista diventa ogni giorno più complesso.
Epilogo (provvisorio). Anche se poi, quando si arriva al cantiere, nella “buca”, dove sono stati scavati solo 250 metri di tunnel, viene da chiedersi: tutto qui? Tanto rumore assordante per vent’anni, due morti suicidi in carcere, feriti, intimidazioni, macchine incendiate, razzi e pietre sul cantiere, arresti di 250 attivisti, sequestri di camion e pallottole spedite ai “collaborazionisti”. E tutto per 250 metri di terra scavata? Adesso nel cantiere della Maddalena si trova il corpo inerte della “talpa”: la Tunnel boring machine, che entrerà nelle viscere della montagna per completare il tunnel esplorativo entro il 2015. E si vive in un’atmosfera di febbrile e timorosa attesa. A fine ottobre la talpa si muoverà e gli attivisti scrutano la valle in attesa del Tir che ne trasporterà le testa nel cantiere, perché nell’immaginario dei guerriglieri in erba e degli attempati professionisti degli scontri contro le forze dell’ordine, la talpa è simile a un missile Cruise.

Intanto i francesi il loro tunnel esplorativo lo hanno già e sono pronti a scavare la galleria per il binario di 40 chilometri, e ci guardano con il sopracciglio alzato: i loro cavalieri incappucciati li hanno fatti girare in tondo in una piazza, come pecore, e poi basta, tutti a casa, e il tunnel è stato completato. Dentro la buca della Maddalena ogni giorno arrivano nuovi visitatori. Gli ultimi, gli esponenti del Consiglio regionale piemontese, hanno promesso nuove misure per difendere e onorare (con una medaglia) gli operai che lavorano in trincea. All’esterno, oltre la red line, attempati attivisti scattano fotografie dei collaborazionisti, ossia chiunque entri, mentre i soldati li osservano con il binocolo. “Sono entrati anche stanotte”, afferma uno dei dirigenti del cantiere. “Ti sbagli”, replica il suo collega. “Bastano delle cesoie”, insiste un altro. “Be’ non importa, quando partirà la talpa non potranno farci più nulla”, dice un altro tecnico. “Ti sbagli ancora: aperto il cantiere di Susa, in pianura sarà guerra aperta”.
E così, alla domanda rimasta sospesa della giornalista, “ma chi lavora qua dentro…”, la risposta corale è immediata e sarcastica: “Loro sanno tutto, chi esce, chi entra. Hanno le vedette sulle autostrade. E questo cantiere è come la cortina di ferro: molti fanno il doppio gioco e nessuno sa mai chi si trova davanti”. Manco fossimo dentro un capitolo della “Spia che venne dal freddo”, e non in un anacronistico, incomprensibile, romanzo luddista.

di Cristina Giudici