post — 7 dicembre 2016 at 23:00

La sconfitta di Renzi, le vittorie #notav e una «reticensione» di Gian Carlo Caselli #WM1ViaggioNoTav

Gian Carlo Caselli recensisce Un viaggio che non promettiamo breve.

«…È stato, io credo, per l’assenza da tempo in questa storia di una sinistra che difendesse proletari e reietti invece di schierarsi ciecamente con i concreti sostenitori e impositori di un’idea di sviluppo supina agli interessi della grande finanza, che mai è stata così cieca nei confronti degli interessi collettivi e così disinteressata a quelli degli ultimi, dei “perdenti”.»

Sono parole di Goffredo Fofi. Stava commentando il risultato del referendum costituzionale e le ragioni per cui la controriforma Boschi-Renzi è stata respinta? No, queste frasi sono state pubblicate il 2 dicembre. Fofi stava recensendo Un viaggio che non promettiamo breve e spiegando come mai la lotta No Tav non ha ancora il posto che merita nell’immaginario nazionale, nemmeno dopo venticinque anni di lotte, di tenace resistenza di massa, e di successi.

Con Matteo Renzi e Graziano Delrio, il movimento No Tav ha già visto passare 14 presidenti del consiglio e 12 ministri dei trasporti. E non ha mancato di farlo notare.

Se fosse passata la controriforma Boschi/Renzi, al comma 4 dell’articolo 117 della nuova Costituzione si sarebbe letto questo: «Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.»

Tradotto in un italiano più comprensibile: nel mondo parallelo dove questa controriforma è passata, se una questione di competenza regionale è dichiarata fondamentale per l’interesse nazionale (e di solito si tratta di grandi opere inutili e imposte), lo Stato centrale legifera in materia scavalcando la Regione. Si chiama «clausola di supremazia». Come disposto nel comma 4 dell’art. 70, questa legge viene approvata dalla Camera. Il Senato – ridotto a un’assemblea di amministratori locali a mezzo servizio – ha soltanto dieci giorni di tempo per esaminarne il testo e proporre modifiche. Modifiche delle quali la Camera può tranquillamente non tenere conto.

Già con la «Legge Obiettivo» del 2001 – poi definita «criminogena» sia dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone sia dall’ex-sindaco di Venezia Massimo Cacciari– e con il decreto «Sblocca Italia» del 2014, oltre a svariate norme inserite nelle «leggi di stabilità», lo stato centrale ha tolto voce ai territori, sottraendo loro leve e strumenti, rendendo più facile calare dall’alto progetti devastanti. Il governo Renzi stava per assestare il colpo di grazia. Non c’è da stupirsi che tutti i movimenti contro le grandi opere inutili abbiano fatto campagna per il NO.

La costituzione renziana, d’impronta centralistica e autoritaria, era confezionata su misura per il capitalismo di rapina (scusate il pleonasmo). Non a caso era appoggiata da banche, Confindustria, Lega Coop, Marchionne, gli Elkann, Juncker, Wall Street Journal… Ma è stata fermata, e il colpo è stato dato al renzismo. Non è quello di grazia, ma è un bel colpo.

Lasciamo perdere le sigle partitiche, le fesserie sul NO come voto tout court «di destra» e quant’altro. Lasciate perdere il focus su Salvini, Grillo… Erano fesserie prima del voto, lo sono a maggior ragione dopo. Fesserie, se non indegne vigliaccate, come le accuse all’ANPI di «stare con Casapound», quando invece il PD dovrebbe guardarsi in casa.

A quella narrazione balorda poteva credere solo chi vive in una bolla, si informa su Repubblica e crede che l’Italia sia come la raccontano i suoi editorialisti e opinionisti. I quali vivono fuori dalla realtà e si frequentano solo tra simili, in una camera dell’eco. Per questo non ne azzeccano mai una.

Non è difficile capire perché abbia vinto il NO.

Da due anni Renzi non poteva più parlare in una pubblica piazza: ben 117 contestazioni, estese anche ai suoi ministri, monitorate grazie all’hashtag #Renziscappa e rappresentate in una mappa interattiva. I media trattavano ogni contestazione come un «episodio», e invece era la tendenza.

Tendenza facilmente spiegabile: con il «Jobs Act» e la lingua in bocca a Marchionne e compagnia, Renzi si era inimicato il mondo del lavoro dipendente; con la «Buona Scuola» si era inimicato buona parte del corpo docente italiano (e molti studenti); con lo «Sblocca Italia» e l’appoggio alle grandi opere si era inimicato movimenti forti e radicati nei territori; con il «Salvabanche» si era inimicato molti risparmiatori; con l’arroganza culturale e la volontà di fare tabula rasa di ogni retaggio di sinistra e antifascista, si era inimicato l’ANPI.

Tutti questi mondi hanno votato NO. Un trasversale, orizzontale rigetto della controriforma, del governo e di tutto il suo operato. Una parte di elettorato di sinistra che aveva smesso di votare è tornata a farlo per liberarsi di Renzi. Non bisogna guardare alle sigle, né ai personaggi che si vedono nei talk-show. Bisogna guardare alla società. L’espressione movimentista «NO sociale» era criptica prima del voto, ora è chiarissima.

Quella del NO è anche una vittoria dei No Tav. I dati in Val di Susa parlano chiaro: un plebiscito contro la riforma Boschi e contro Renzi. A Bruzolo, Bussoleno, Chianocco, Chiusa San Michele, Exilles  e Venaus il NO intorno al 71% e anche oltre. A San Didero 73%. A Meana di Susa 74%. A Mattie sfiora l’80%. A Moncenisio arriva al 91%. In quasi tutta la bassa valle è sopra il 60%. Il NO ha vinto anche in alta valle, dove il movimento No Tav è meno forte. Una grande vittoria.

E un’altra vittoria il giorno dopo, a Torino, quando il consiglio comunale ha votato a larga maggioranza (26 a 6) l’uscita del comune dall’Osservatorio sulla Torino-Lione, luogo di finta partecipazione ormai ridotto alla lisca di quel che era nel 2008.

E mettiamoci anche la vittoria – parziale ma importante – della mobilitazione No DAPL in North Dakota, salutata anche qui con alte grida di giubilo. Si tratta di un movimento d’oltreoceano che ha moltissime analogie con quello No Tav. Leggendo il bel reportage del gruppo #IndianWinter, come non pensare alla Libera Repubblica della Maddalena, alle bandiere No Tav lungo le strade, alle numerose, variegate tattiche per disturbare il cantiere in val Clarea?

[Promemoria. Cosa chiedere quest’anno a Babbo Natale: un movimento così contro il Passante di Bologna.]

Insomma, un weekend da leoni!

E oggi, lo ricordiamo, è il 6 dicembre. Undici anni fa, la polizia sgomberava con grande violenza la Libera Repubblica di Venaus. Ma il movimento è ancora qui, e su quegli stessi terreni si svolge il festival Alta Felicità. Chi la dura la vince.

Torniamo a Un viaggio che non promettiamo breve. Uscito il 31 ottobre scorso, il libro è già in ristampa. Con quasi tutte le copie già distribuite, c’era il rischio di trovarsi sotto le feste coi magazzini vuoti. E così, nuova infornata.

E intorno al libro si scalda il dibattito. Domenica 4 dicembre, su Il Fatto Quotidiano, ne ha scritto addirittura il dottor Gian Carlo Caselli. Lo ha fatto nella cornice di un vero e proprio speciale sul libro, con recensione pro e recensione contro. Un format che piace al direttore Travaglio.
Caselli, in realtà, non ha scritto solo «contro»: nella premessa ha definito Un viaggio che non promettiamo breve un libro importante, un’opera da non sminuire né sottovalutare. Solo che…
Solo che lo speciale non forniva alcune informazioni basilari, imprescindibili elementi di contesto. Per questo, dopo aver riportato la recensione di Caselli nella sua interezza, aggiungeremo qualcosa.

Nessuna epopea gloriosa, ma il vuoto che genera violenza

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli.

di Gian Carlo Caselli

Se qualcuno – un giorno – volesse mai scrivere una storia dei vari  movimenti No Tav (quello valsusino soprattutto, ma anche il cosiddetto Terzo valico tra Genova e l’Alessandrino; e ancora la galleria di base del Brennero in Trentino Alto-Adige e il completamento dell’Av Milano – Venezia) non potrà  ignorare il libro intitolato Un viaggio che non promettiamo breve di Wu Ming 1 (Einaudi). Una raccolta immensa (652 pagine) di narrazioni, testimonianze, cronache e documenti. Una vasta silloge – ordinata, ragionata e metodica – che potrà essere utile ai cittadini, ai politologi e agli studiosi interessati.

Il materiale è certamente importante, ma anche lacunoso, perché contiene prevalentemente (se non esclusivamente) la versione dei militanti, spesso chiusi nella superbia di  giudizi trancianti. Convinti di essere i soli depositari di verità incontestabili ancorché indimostrate. Una sorta di autismo, cioè di assorbimento esclusivo nelle proprie convinzioni che sbiadisce  il mondo reale. Manca lo scrupolo di presentare, nei casi controversi, tutte le versioni. Chi la pensa diversamente non compare, se non per essere tacciato di inattendibilità, malafede o provocazione con una raffica di accuse malevole che colpiscono in particolare ogni politico, giornalista o tecnico che voglia “dissentire”. Spesso poi si coglie una grottesca sproporzione tra la realtà e i “bollettini di guerra”, quando ad esempio si parla di militarizzazione del territorio, truppe di occupazione, espropriazione di una intera (?) valle, giustizia con l’elmetto …: esagerazioni consolatorie, buone per chi voglia alimentare un vittimismo autoreferenziale. Salvo ricorrere ogni tanto ad alleggerimenti linguistici di tipo giustificazionista, come quando l’impedimento prolungato di ogni libero transito sulla Torino-Oulx diventa una «assemblea» sull’autostrada, o quando le scritte minacciose e violente tracciate sui muri diventano «imbrattamenti». Nel qual caso al racconto che spiega si sostituisce la narrazione di pura conferma  ideologica, mentre affiora la tendenza a rileggere il passato arricchendolo con profili di epica popolare. Perché il mito di un’epopea gloriosa può anche servire a oscurare il manicheismo dilagante, stemperando nel contempo la vacuità politica che origina gli episodi di violenza.

Ma si tratta pur sempre di un rilevante contributo alla conoscenza, perché tutti sappiamo quale valore abbiano –per lo studio di un fenomeno – anche le esperienze e percezioni soggettive, insieme alle parole che le esprimono, compresi gli slogan politico-propagandistici. In particolare per l’esplorazione e la ricostruzione – almeno nelle grandi linee – dell’itinerario politico-psicologico dei militanti No Tav, delle loro matrici, della loro evoluzione o trasformazione, delle strategie elaborate e delle imprese compiute. Del perché (pur trattandosi – in Italia e in Francia – della stessa montagna e dello stesso “buco”, con gli stessi identici problemi) vi siano stati  in Italia «venticinque anni di lotte» – sottotitolo del libro –, e per contro in Francia quasi nulla.

Inevitabili (un tributo che si deve pagare al movimento, se si vuole evitare di essere considerati dei «venduti») le frequenti cadute di stile sui magistrati. Trattati – a prescindere – come personaggi brutti e cattivi, maniaci del rispetto della  legge. Gentaglia. Il vulnus della delegittimazione del controllo di legalità (introdotto dal ventennio berlusconiano) continua a generare l’idea di una giustizia à la carte valida per gli altri ma mai per sé.

Senonché il pregiudizio – a forza di ripeterlo – alla fine può anche attecchire. Come prova, per restare in tema, una recensione del libro di Wu Ming 1 comparsa sul Corriere della Sera del 30 ottobre. Parlando dei processi No Tav, Daniele Giglioli ci infila un attacco al  sottoscritto in quanto procuratore che «credette al bacio fra Andreotti e Riina, perché se Andreotti è cattivo allora deve per forza aver baciato il diavolo, come le streghe nei sabba.»

A parte il logoro ritornello della caccia alle streghe (tipico di chi non digerisce i processi contro gli imputati “eccellenti”), citare Andreotti nel  contesto Tav è come farla fuori del vaso. In ogni caso Giglioli potrebbe  informarsi meglio su Andreotti. Scoprirebbe fatti – provati fino a sentenza di Cassazione – sconvolgenti: tipo un paio di incontri dell’imputato con Stefano Bontade (boss dei boss noto come «Principe di Villagrazia») per discutere di questioni criminali gravissime ruotanti intorno all’omicidio dell’onesto e  incorruttibile Piersanti Mattarella. Un sabba, anche questo.

[ Nota di WM.
Poiché nella recensione non viene mai ricordato, per dovere di completezza specifichiamo che il dottor Caselli, dal 2008 al 2013, è stato procuratore capo a Torino.
■ Sotto la guida del dottor Caselli, la Procura ha creato un «pool» di magistrati interamente e indefessamente dediti alla repressione del movimento No Tav.
■ Grazie alla linea impressa alla Procura dal dottor Caselli, il movimento No Tav ha avuto un numero record di inquisiti: all’incirca un migliaio dal 2011 al 2015.
■ Gli impianti accusatori di importanti istruttorie contro il movimento No Tav – si veda il celebre «processo del Compressore» – sono stati smontati dalla Corte di Cassazione. A difendere quegli impianti, il dottor Caselli era intervenuto più volte in prima persona.
■ La Procura e il dottor Caselli stesso sono stati accusati di esercitare l’azione penale usando due pesi e due misure, ignorando le violenze commesse dalle forze dell’ordine. Su questo si veda il documentario Archiviato. L’obbligatorietà dell’azione penale in Valsusa(qui il trailer).
■ Il dottor Caselli ha ripetutamente preso di mira intellettuali e scrittori, rei di appoggiare i No Tav e sottovalutare – o, chissà, addirittura fiancheggiare – presunte «derive terroristiche» del movimento. Si era anche già occupato di un nostro libro.
■ Il dottor Caselli non lo dice, ma Un viaggio che non promettiamo breve si occupa molto di lui, critica il suo operato, smonta e analizza diverse sue esternazioni.
■ Tra le fonti citate in Un viaggio che non promettiamo breve c’è anche una «piccola controbiografia» del dottor Caselli. Si intitola La notte del procuratore ed è apparsa in quattro puntate su Infoaut. Ecco i link:
Introduzione: Quel che è Stato è Stato
La notte del procuratore (1) Parte Prima: Gli anni Settanta
La notte del procuratore (2) Parte Seconda: La Sicilia
La notte del procuratore (3) Parte Terza: Il ritorno a Torino
La notte del procuratore (4) Parte Quarta: La sconfitta in Valsusa
■ Chi s’imbattesse nella recensione scritta dal dottor Caselli senza avere già letto il libro e senza aver seguito le vicende No Tav, si farebbe l’idea di un recensore super partes, non direttamente coinvolto.
■ L’ex-procuratore capo ha scelto di bollare il libro come «ideologico» e fazioso, ma senza entrare nel merito. Entrando nel merito, avrebbe dovuto rispondere sul proprio stesso operato. Si può dunque parlare, a nostro avviso, di una recensione reticente. Una reticensione.]

Luca Mercalli su Un viaggio che non promettiamo breve

Luca Mercalli su Un viaggio che non promettiamo breve.

A seguire la reticensione del dottor Caselli, ce n’era una firmata  dal meteorologo Luca Mercalli.

[Facciamo notare che nel testo Mercalli usa l’espressione «uomini e donne normali», mentre nel titolo – che è redazionale – le donne scompaiono.]

Ricordiamo che, pochi mesi fa, la trasmissione sull’ambiente Scala Mercalli, che andava in onda su Rai 3, è stata “silurata” dai vertici Rai dopo duri attacchi da parte del PD, nella persona del solito senatore Stefano Esposito. La puntata che gli ha fatto saltare i nervi la trovate subito dopo la recensione.

Solo uomini normali contro abusi di Stato, mafie e costruttori

Luca Mercalli

Luca Mercalli

di Luca Mercalli

Non è affatto breve il viaggio che promette questo libro (Un viaggio che non promettiamo breve. Venticinque anni di lotte No Tav, di Wu Ming 1ed edito da Einaudi), seicento pagine e venticinque anni di frustrazione di una comunità che non è soltanto della Val di Susa ma del mondo: quella vessata dalle grandi opere inutili e dannose. Quella di Wu Ming 1 è una lunga cronaca che emerge inattesa da un territorio alpino fino a pochi anni fa conosciuto a stento per gli sport invernali dell’alta valle, Sestriere, Bardonecchia, zone peraltro non interessate dal progetto di Nuova Linea Ferroviaria Torino-Lione (“il Tav”).Qui affiora invece la personalità della parte medio bassa della Val di Susa, quella che si apre su Torino, misto di natura meravigliosa ad alta quota, abbandono delle borgate montane, industrializzazione e villettizzazione del fondovalle, pendolarismo, lotte operaie e battaglie partigiane, grandi appetiti facinorosi e piccole meschinità. Un bel crogiolo sociale che ha creato ibridazioni sorprendenti, esplose con l’imposizione da parte del potere economico torinese, a partire dal 1991, di un progettone-panettone che già allora appariva così indispensabile e strategico che ancora non è fatto e tutti vivono bene lo stesso.

Wu Ming ha esplorato per tre anni boschi martoriati dai reticolati bellici, cantieri difesi da militari, e presìdi di resistenza civile bollati della peggior etichetta terroristica. Come residente di valle, come componente del gruppo di tecnici contro il Tav Torino-Lione militante dal 1998, confermo che dati e fonti sono affidabili e verificate. La lettura lascia il senso di una storia paradossale vissuta da uomini e donne “normali” che di fronte all’ennesimo assalto alla terra (non solo alla loro piccola terra, questo sarebbe Nimby, ma alla Terra in generale) hanno rischiato sulla propria pelle e pagato un prezzo repressivo e giudiziario sproporzionato. Non hanno ancora sconfitto “l’Entità”, ma hanno acceso una fiaccola di consapevolezza ben più importante di quella torcia olimpica transitata vigliaccamente per la valle nel 2006.

Il racconto colpisce per l’intollerabile sospensione della democrazia: pestaggi, arresti, processi, pene esemplari. E giornalisti che tramano per depistare le indagini. Molte gaffe della milizia suscitano riso amaro: imputati identificati sommariamente che al momento di una baruffa erano altrove e hanno potuto dimostrarlo con un biglietto aereo! Molti altri che invece sono finiti nell’ingranaggio della “furia giudiziaria” anche per una sola parola, il caso di Erri De Luca su tutti.

Wu Ming 1 chiarisce il vero nocciolo della questione, che è in parte un grande affare di poteri tecno-cementizi sui quali si insinua l’ombra della truffa, come dimostrato dai processi a ditte locali pro-Tav in odore di malavita, dall’altro è la sfida dello Stato ai cittadini: lo stesso procuratore Marcello Maddalena ha dichiarato che «realizzare la Torino-Lione, utile o inutile che fosse, era per lo Stato una questione di principio». E il deus ex machina Mario Virano concede da parte di Telt, la società costruttrice, il «riconoscimento del dissenso e della piena legittimità purché espresso nella legalità». Chi costruisce la superferrovia dà per scontato che le sue ragioni siano inattaccabili, e dice alla gente: protestate pure, ma io vado avanti lo stesso perché lo Stato mi protegge con le armi e con la legge. I cittadini protestano, ma non ottengono mai l’analisi seria e imparziale dei dati che sconfessano i criteri di utilità e redditività della grande opera. La giustizia assume che l’opera possa anche essere sbagliata o inutile, ma indaga solo sui lanci di pietre, mai su quel punto. Se lo facesse, i numeri parlerebbero chiaro e tutto il castello cadrebbe.

Mi chiedo come fanno a dormire gli uomini “Sì Tav”, difesi sì dalle truppe militari e dai tribunali, ma sotto l’influsso del disprezzo di decine di migliaia di persone che vogliono solo veder trionfare la verità e un progetto di sviluppo del territorio più sobrio e proficuo del gigantismo penetrativo della Tunnel Boring Machine.

Ho letto questo libro su treni regionali, da Bergamo a Mantova mentre un guasto a Cremona provocava lunghi ritardi. Mentre le pagine di Wu Ming favoleggiavano di super-tunnel alpini, sui cessi murati della piccola stazione di Castellucchio, che nel 1874 quando fu costruita erano però aperti, leggevo una scritta di un writer: «Fino a quando il potere dell’amore non supererà l’amore per il potere il mondo non conoscerà pace». I valsusini tentano di costruire un nuovo amore per questa terra martoriata, a cominciare da quella sotto i loro piedi.