post — 29 dicembre 2011 at 20:00

La memoria, un campo di battaglia

di Davide Grasso per Historia Magistra È impressionante come la memoria storica possa ferire e uccidere, quando non è vissuta come una mera ricorrenza. Da dieci giorni circola in rete la video-intervista a Yuri, il sedicenne valsusino che ha rischiato la vita durante la manifestazione dell’8 dicembre scorso, a Giaglione, un paesino di 500 anime in Val di Susa. Ricordo perfettamente i frangenti che Yuri ricostruisce in quell’intervista. Ero in quel luogo, in Val Clarea, dove una manifestazione di migliaia di persone aveva raggiunto l’ormai famosa baita costruita dai No Tav oltre il sentiero dei mulini delle Gorge, in un meraviglioso castagneto. La manifestazione intendeva ricordare l’anniversario dell’8 dicembre 2005, quando i valsusini sbaragliarono le recinzioni del sito dell’allora cantiere di Venaus, riportando la loro prima vittoria contro il progetto. Migliaia di poliziotti e carabinieri si ritirarono senza ingaggiare lo scontro fisico, e da quell’episodio nacque il mito del movimento No Tav, la cui stretta parentela con la realtà è testimoniata dal film Fermarlo è possibile, realizzato dal centro sociale Askatasuna (disponibile su youtube).

Il secondo governo Berlusconi non volle impegnarsi in una lotta dagli esiti incerti contro una popolazione montana. Lo scorso 27 giugno, tuttavia, il terzo governo Berlusconi ha posto un’altra zona sotto sequestro, stavolta tra i paesi di Giaglione e Chiomonte, per l’installazione di una struttura militarizzata che contiene migliaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e alpini, oltre agli operai che lavorano alla costruzione delle recinzioni e, da alcuni giorni, di un vero e proprio Muro a protezione del sito. L’occupazione militare ha scatenato la reazione del movimento con manifestazioni, assemblee, passeggiate nei boschi, campeggi, cortei, costruzione di case sugli alberi, tagli delle reti, azioni di sabotaggio all’intera logistica dell’occupazione e, naturalmente, l’attività in cui il movimento No Tav è esempio per tutta l’Europa: la documentazione e la controinformazione sulle ragioni per cui questa “Grande Opera” è qualcosa di molto diverso da ciò che i suoi sostenitori vorrebbero far credere.

Dal film Fratelli di Tav di Manolo Luppichini e Claudio Metallo, disponibile su Vimeo, fino alle 100 ragioni contro il Tav messe nero su bianco dal movimento (http://www.notav.eu/content-cat-13.html), basta poco per perdere facili certezze sull’uso di slogan quali “progresso” e “sviluppo” che, al pari di “pace” e “democrazia”, servono ormai quasi esclusivamente a giustificare l’imposizione del loro contrario. Certo, per le molte aziende private che si contendono (con concorsi d’asta già sotto indagine) i soldi pubblici, italiani ed europei (per ora 23 miliardi, ma aumenteranno), che verranno loro regalati senza alcuna garanzia per la realizzazione dell’opera, è normale che il Tav sia un bene. E poco importa che gli abitanti della Valle parlino, in modo dettagliato e circostanziato, delle infiltrazioni mafiose negli appalti: quando simili interessi e tali cifre sono in ballo, anche Gian Carlo Caselli scende in campo dalla parte del malaffare, impegnandosi come capofila, fin dallo scorso giugno, nella persecuzione giudiziaria del movimento.

Politica e magistratura collaborano in favore del grande capitale, mentre alla polizia viene lasciata mano libera nell’uso della violenza. Non potendo sparare, per ora, con le pistole, gli agenti si divertono a mirare alla testa dei manifestanti con le granate lacrimogene. Nel momento in cui Yuri è stato colpito centinaia di candelotti fendevano l’aria, come molte altre volte da giugno ad oggi, ad altezza d’uomo, in risposta all’abbattimento di una recinzione (l’ennesima divelta da quando è stato installato il fortino). L’8 dicembre non si trattava di commemorare una lotta finita, ma di ricordare una vittoria nel pieno della lotta. La reazione della polizia è stata durissima. Nell’aria irrespirabile signore anziane svenivano, ragazzi vomitavano e feriti esanimi venivano portati a spalle da altri manifestanti. La polizia avanzava in forze, lanciando sassi sulla folla, e ricevendone altri in risposta. Ho visto un uomo con un occhio letteralmente spappolato tremare dal dolore accanto alla baita, e uno studente torinese di Scienze Politiche con un osso che gli usciva dalla gamba. Ho visto le lacrime e il sangue del governo Monti, per la prima volta, in versione splatter: così si è concretizzato l’annuncio del ministro Passera, secondo cui “il governo compierà tutti i passi necessari per realizzare il Tav”. È normale; ormai l’opera non è soltanto più un affare multimiliardario (più costoso di tutta la manovra economica messa insieme), ma un simbolo: non è ammissibile che una popolazione l’abbia vinta sulla politica.

È in quei frangenti che Yuri è caduto a terra, colpito dal lacrimogeno alla nuca. Prognosi riservata: il trauma cranico faceva temere per la sua vita. È stato dichiarato fuori pericolo il giorno dopo, quando, per una coincidenza, cadeva l’anniversario della Prima Intifada (1987); quello fu il giorno in cui i ragazzi palestinesi iniziarono a tirare pietre contro l’occupazione israeliana, nell’ultimo spicchio di Novecento. A Nabi Salih, un paesino grande quanto Giaglione, nei pressi di Ramallah, il 9 dicembre si è svolta una manifestazione di ricordo, e un altro ragazzo, Mustafa Tamimi, è stato colpito alla testa da un lacrimogeno. Il giorno seguente, mentre si diffondeva la notizia che la vista di Yuri era fuori pericolo (ciò che ancora non è certo per l’udito), Mustafa moriva in un ospedale. Quando ho visto l’intervista a Yuri sono rimasto impressionato dalla semplicità e dall’umiltà con cui ha detto che, se potesse tornare indietro nel tempo, andrebbe di nuovo verso quelle reti, perché sente il dovere di  difendere la sua terra. Ha il volto semiparalizzato dalle conseguenze del trauma cranico, e non potrà mai più “far festa” con gli amici, perché ogni sollecitazione al cervello potrebbe risultargli fatale. Ha evitato per un pelo il destino di Mustafa, ma avrà una vita diversa ora. Le vite e le morti di questi ragazzi mi impressionano. Rischiano la vita nella difesa di spazi che non vogliono perdere, e sembrano allacciati alla storia da questo pericoloso, orgoglioso rapporto col tempo. La memoria, per loro, è un campo di battaglia.