post — 8 dicembre 2011 at 19:30

L’8 dicembre? Può succedere sempre!

[di Lele Rizzo] A scanso di equivoci è meglio ricordare che l’8 dicembre del 2005 il Movimento Notav liberò Venaus dalla presenza del cantiere installato prima con l’inganno e poi con lo sgombero del presidio di Venaus dalle forze dell’ordine.
Con la neve, nella data in cui nel 1943 i partigiani della Valle giurarono la resistenza in armi per la liberazione dal nazifascismo alla Garda di S.Giorio, un corteo compatto e determinato partito da Susa, dopo essersi scontrato ai Passeggeri invase letteralmente da ogni parte l’area del cantiere e si riprese tutto, calpestando le reti, mangiandosi il pranzo della celere e dimostrando a tutti come la lotta sia uno strumento efficace.
Oggi, a distanza di sei anni sono cambiate molte cose, e soprattutto i nostri nemici hanno imparato molto da allora.
Il non cantiere della Maddalena è un fortino a cielo aperto, un’area militare che nulla ha a che vedere con una zona di lavori pubblici. Difesa da ogni corpo armato dello stato e dagli alpini reduci dall’Afghanistan ed ora stanziali a Chiomontistan.
Cambiato è cambiato poco, accordi e reti sono le stesse; forse la lobby del Tav è solo più “armata” e si è scelta meglio il campo di battaglia. Basti pensare che per quel fortino un’autostrada intera è a servizio completo dei cellulari delle ffoo e che la Maddalena diventerà area strategica militare dal primo gennaio.
Sono in vantaggio? No non credo. Lo danno a vedere ma la realtà è un’altra e tutto questo mostrare muscoli, carte bollate, tribunali, filo spinato e lingue biforcute qua è là è solo un segno di debolezza, di un timore cosciente.
A differenza del 2005 il Movimento Notav è molto più forte e più ampio. Se prima della Liberazione di Venaus i numeri erano quantificabili in poche centinaia, oggi contiamo su una base che supera le diverse migliaia, con un consenso più che significativo sul territorio, consociuto in tutta Italia e in mezza Europa, che ha nella pratica e nella coscienza il suo punto di forza.
Le ragioni della nostra lotta, se prima (per pochi) si potevano in qualche modo confondere con piccoli egoismi da cortile, oggi sono così chiare e palesi che solo chi è in malafede e ha spento il cervello non può non darci ragione.
Del resto nell’era della crisi e del debito pubblico, la Torino Lione è la dimostrazione di come s’intenda la spesa pubblica.
Ho perso il conto, ma abbiamo visto passare così tanti governi che ci dicevano che ormai era tutto fatto che anche Monti, con il suo rigore, lo vedremo sfilare via senza prendere un treno super veloce per Lione.
Quello che è cambiato è il senso che politica ed economia hanno dato alla Torino Lione: oggi non è solo più una grande truffa ai danni di tutti, non è solo più il finanziamento pubblico ai partiti più grande della storia; è divenuta un vero e proprio simbolo per il potere che vuole vincere a qualsiasi costo. Domare la Valsusa significherebbe dimostrare a chiunque che decide solo il più forte, ragione o meno, decide la ragion di stato.
Immaginatevi cosa sarebbe se mille Valle di Susa fiorissero, se mille Libere Repubbliche nascessero laddove c’è da difendere il posto di lavoro, combattere contro la crisi, decidere insieme del proprio destino. E no, non se lo potrebbero permettere, qui oggi si parla di sacrifici, responsabilità ed equità…

A sei anni di distanza non ci sentiamo più deboli, siamo più forti di prima, consapevoli che nessuna scadenza sarà quella decisiva.
Non so quando rifaremo un 8 dicembre, ma attenzione… l’8 dicembre può succedere sempre!