post — 19 novembre 2011 at 15:03

Il mito delle grandi opere. Perché si insiste? di Giuseppina Ciuffreda per ilManifesto

di Giuseppina Ciuffreda per ilManifesto

Per il benessere dell’umanità sembra che niente sia meglio delle grandi opere. L’economia cresce e diventiamo più ricchi. Forse è stato così all’inizio, quando l’Inghilterra lanciava nel mondo macchine a vapore e il maresciallo Rondon attraversava il Brasile piantando pali del telegrafo, ma oggi ne conosciamo anche i giganteschi effetti negativi. Le grandi dighe, ad esempio, le opere simbolo dello sviluppo, sconvolgono territori e vite quotidiane, distruggono comunità, sommergono foreste, luoghi sacri e siti archeologici, cancellano memorie storiche. Danni documentati dagli ambientalisti – tre volumi curati da Teddy Goldsmith, direttore della nota rivista inglese The Ecologist, e le inchieste dell’International River Network, organizzazione con base in California – ma non solo. Agli inizi degli anni Novanta fece scalpore il rapporto indipendente sul complesso faraonico che imbrigliava il fiume Narmada, in India, così negativo da costringere la Banca mondiale a ritirare i finanziamenti. Nel 2000, a Londra, una commissione di esperti di 36 Paesi su otto grandi dighe concluse che i costi erano maggiori dei benefici.

Di quest’anno le prime ammissioni preoccupate del governo cinese sulla colossale Tre Gole: scomparsi i laghi della valle dello Yangtzee, aumentati i sedimenti e l’inquinamento, siccità e gravi problemi per la vita del milione e mezzo di sfollati.

Un altro esempio che i pro Tav preferiscono ignorare è la storia economica disastrosa del tunnel sotto la Manica che unisce via ferrovia Londra e Parigi, costruito da un consorzio privato che l’ha in gestione. Sbagliate le previsioni di traffico passeggeri e merci, sottovalutati i rischi. Sempre sull’orlo del fallimento, una volta sono i piccoli azionisti a cacciare i manager e un’altra sono le banche a bocciare i piani di ristrutturazione del debito. Perché si insiste?

Una stessa convinzione, diventata ormai un’ideologia, muove governi e istituzioni finanziarie internazionali, prima fra tutte la Banca mondiale: salvare il mondo attraverso grandi progetti, i soli che possono sradicare la povertà e sviluppare l’economia. I governi vogliono grandi opere che servono grandi affari a grandi imprese e la Banca le sostiene, elargendo finanziamenti che vengono in gran parte dai governi stessi, sono cioè i nostri soldi, senza alcun controllo democratico. Nessun popolo elegge i direttori della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, organismi che decidono il destino di intere nazioni. Gioca poi un immaginario ancora acceso da un mito ottocentesco che innerva ogni pagina “Affari e Finanza”: la locomotiva. La Germania è la locomotiva d’Europa…Un motore va e trascina i vagoni.

Uno Stato con il Pil che cresce, un settore produttivo nuovo o uno vecchio consolidato, una serie di grandi opere sono il traino di un’economia che scorre su percorsi fissati in precedenza da cui è impossibile deviare, pena il deragliamento. Solo che nel secolo dell’ipotesi Gaia e delle tecnologie pioniere, locomotive e carburanti rinviano a un modello-mondo da prima rivoluzione industriale. Idee inadeguate per la contemporaneità, che ha bisogno di inventiva, collegialità, senso del vivente. Ma i miti muoiono lentamente.