post — 29 dicembre 2011 at 20:39

Il figlio di Giachino

di CLAUDIO GIORNO

Dunque, oltre che dell’esistenza dello zio di Bonanni (di cui il nipote ci ha dato notizia in modo non molto lusinghiero, per la verità) adesso sappiamo che anche l’ex sottosegretario alle infrastrutture Giachino tiene famiglia. Ma in questo caso deve trattarsi di un ragazzo intelligente – visto che va ai concerti di Caparezza. La supplica del babbo a quest’ultimo affinché non sventolasse sul palco la bandiera No Tav è andata delusa, e allora all’onorevole genitore non è rimasto che riporre tutte le sue speranze di realizzazione della Torinolione nel Superministropassera e nei membri della commissione intergovernativa italofrancese che avrebbero firmato l’accordo per accelerare l’avvio dei lavori del tunnel ferroviario vero e proprio a fine 2012!

In questi giorni mi è capitato di riflettere – via Facebook, con un giovane amico – sul ruolo dei francesi, del loro potere politico ed economico nell’affare che ora, come ha tentato invano di spiegare l’ex governante al cantautore (e per suo tramite al figlio) dovrà rilanciare la crescita, rianimare il Pil e assicurare un futuro ai giovani…

L’iter contraddittorio che ha caratterizzato la nascita della lobby europea dell’alta velocità prima ancora che di quella della Torino-Lione ha sullo sfondo l’eterno conflitto (per fortuna oggi prevalentemente industriale e commerciale) tra Francia e Germania. Tra Alstom e Siemens (per quanto riguarda i treni) ma soprattutto tra le grandi imprese per la realizzazione delle opere di ingegneria civile ma anche dell’”armamento” (i binari, le linee di alimentazione, il segnalamento) che poi è quella “roba” che ha consentito alla Francia di “colonizzare ferroviariamente” l’arretratissima Spagna o di fare affari in Nordafrica o in Canada, e alla Germania di lanciarsi in una partnership ambiziosa come quella coi cinesi per fare tra Shangai e il suo aeroporto quel che da loro è rimasto poco più che un costosissimo lunapark (il treno a levitazione magnetica con la sua tutt’altro che leggera tecnologia di costruzione di viadotti che devono garantire una tolleranza molto vicina allo zero per evitare “salti” che a 400 Km/ho potrebbero essere disastrosi).

Ora (lo abbiamo visto anche nella manifestazione recentemente organizzata a Parigi dagli amici di Notre Dame del Landes che seguiva un corteo nunziale con lo sposo Gollista, la sposa Socialista e un infante nato evidentemente fuori dal matrimonio di nome Vinci), gli interessi sono molti, alti e insaziabili al di la come al di qua delle Alpi. Anzi: il Gruppo Gavio o Astaldi, per fare due nomi che pure sono cresciuti al punto da inglobare marchi potenti e “prestigiosi” come Grassetto, Impregilo, Condotte ecc., sono dei nani se messi a confronto – appunto – con Vinci o Bouygues (anche qui per fare solo due nomi). Ricordo di aver letto proprio una ventina d’anni fa, quando si cominciava appena a parlare di Torino-Lyon e ancora eravamo – in Valle di Susa – impelagati nella (contro) realizzazione dell’A32 del Frejus che Bouygues (che poi entrerà guarda caso anche nella telefonia e nella televisione!) fatturava solo come gruppo costruzioni qualcosa come dieci volte Fiat (epoca Romiti/Ghidella, non Marchionne!). Per cui si può immaginare quale sia la potenza di fuoco di imprese come quelle, se impegnano anche solo una piccola parte delle loro sproporzionate capacità di condizionare il potere politico su opere che siano anche solo marginali al loro “core business” come è sicuramente (per i motivi da te riassunti) il caso del “nostro pezzo” del fu “corridoiocinque”.

Anche perché (come sostiene spesso Marco Ponti) il finanziamento delle Grandi Opere è di qua come di là di Alpi e Pirenei, uno dei modi per continuare a “sostenere” le imprese nazionali senza incorrere nelle procedure di infrazione che persino uno come Monti (che pure non se l’è sentita di toccare i tassinari romani) non potè fare a meno di applicare a Microsoft all’epoca in cui faceva il commissario Ue alla concorrenza e al mercato. E io resto dell’idea che l’intricatissimo non conflitto ma coacervo di interessi tra proprietà e funzione di banche e imprese resti il vero motore di questa rovina di archeologia finanziaria che sono – appunto – le Grandi Opere.

Le talpe qualcuno le costruisce (magari in Canada), ma chi le trasforma in “prodotto finanziario sono le grandi banche d’affari svizzere, francesi o tedesche, con qualche briciola per quelle italiane: basta vedere la composizione e le quote della associazione temporanea di imprese del traforo del Gottardo per capirlo. Poi – come al solito – noi italiani siamo quelli che non hanno né senso dello stato né pudore, per cui dopo un premier che si faceva procurare le minorenni dai Lelemora adesso che abbiamo recuperato una moralità alta, nominiamo direttamente ministri gli oligarchi/bankieri che hanno provocato la crisi e che restano interessati sommamente a che le “loro” banche (quelle stesse che fino a pochi anni fa erano di proprietà dello stato) cavino il massimo di profitto (e accollando ogni residuo rischoi a studenti, malati, pensionati e straccioni) dagli affari spericolati che hanno promosso.

Anche per questo l’accordo strombazzato oggi mi sembra  sottoscritto sull’acqua. Prima si cominciare a scavare un nuovo buco di bilancio nei conti dei due stati bisognerà vedere se a fine 2012 esisterà ancora l’euro, le banche (come quella che Passera si è affrettato a lasciare nonostante lo abbia reso ricco come un Creso) e persino gli stati nella forma che oggi conosciamo. Se tutto sarà ancora più o meno come adesso potremo anche preoccuparci del buco… nella montagna.