post — 8 Dicembre 2016 at 08:01

Era l’8 dicembre 2005 e liberavamo Venaus

Riproponiamo con orgoglio ogni anno questo articolo perché scritto a caldo e capace di descrivere non solo la cronaca, ma le sensazioni della Liberazione di Venaus, della rabbia, della lotta, di quel sentimento irriducibile che a 11 anni di distanza ci permette di dire che siamo ancora qui e che l’8 dicembre, state sicuri, può risuccedere sempre

 

[Tratto da NO TAV la Valle che Resiste – a cura del Centro Sociale Askatasuna e del Comitato di lotta popolare Velleità Alternative autoproduzioni – Febbraio 2006

Foto di Carlo Ravetto e Luca Perino]

8 dicembre: VENAUS LIBERATA

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L’idea di riprendersi Venaus è concreta, i giorni di blocco sono stati giorni impareggiabili, e il sondaggio popolare decreta la manifestazione. Tutti sono convinti dell’utilità di una manifestazione, tutti sanno che il movimento ancora una volta ci può riuscire. E’ chiaro quello che si andrà a fare, con l’astuzia e la determinazione che contraddistinguono ormai il movimento bisogna provarci. Il giorno prima i preparativi sono frenetici, un commerciante di Rivoli che affitta e ripara generatori di corrente è un no tav convinto, e si dice disposto a donare per la causa un container per ricostruire il presidio, la nostra base logistica per reinsediarci a Venaus. Lo andiamo a prendere il giorno prima del corteo, gli facciamo fare il giro dei blocchi in statale e dovunque passa è salutato da un’ovazione.

E’ il comune di Bussoleno a mettere a disposizione il furgone che lo deve caricare e che vogliamo portare a Venaus, l’area individuata è quella del prato davanti all’ingresso del cantiere.

La manifestazione è convocata per la mattina alle 10.30 in Piazza della stazione a Susa, è la manifestazione del riscatto, siamo almeno 10.000, e chi c’è sa cosa fare, sa che questo è il corteo della svolta, oggi ci riprendiamo Venaus!

Le strade sono presidiate in maniera massiccia dalle forze dell’ordine, il bivio dei Passeggeri è chiuso da uomini e mezzi, così come la strada che da Mompantero porta a Venaus, solo Giaglione è libera. Il percorso della manifestazione è semplice e il movimento lo conosce già: l’ultima volta il 4 giugno, lo abbiamo fatto in 30.000, e quella stessa piazza l’abbiamo riempita di 50.000 no tav allo sciopero generale della Valle. E’ questo il passaporto della manifestazione, tutto questo più le botte prese nella notte di Venaus, e l’occupazione dell’ autostrada: è questo che si legge sui volti votati alla riscossa. Alcuni compagni sono giunti da fuori per partecipare a quella che sarà la Manifestazione per eccellenza.

Aprono i sindaci, davanti a loro una schiera di giornalisti e cameraman, anche loro hanno capito che oggi il movimento farà notizia, a seguire il container addobbato con il nonno combattivo della bandiera disegnato su una tavola di legno enorme, dietro ancora si apre il corteo con una talpa in gommapiuma che simboleggia gli scavi sospirati di Venaus il furgone dell’amplificazione dei comitati, il camper no tav e dietro migliaia di persone con le bandiere, i cartelli autoprodotti, e tanto coraggio.

La manifestazione si snoda in salita, alla prima curva verso Venaus ci si prepara, dietro al container i compagni si schierano: 7 scudi di plexigass, uno per ogni lettera vergata in rosso a comporre il più combattivo dei NO TAV e ai lati 2 scudi con i manifesti che chiamavano a raccolta per la manifestazione del 4 giugno, elmetti da cantiere in testa ed il pensiero rivolto al bivio dei Passeggeri, passaggio simbolico verso il cantiere, nonche il primo punto da cui hanno impedito il libero accesso a Venaus.

Dal furgone si spiegano una volta in più le ragioni del corteo, si salutano le realtà venute da fuori, e si dichiarano le intenzioni di scendere a Venaus; quando la testa del corteo giunge ai Passeggeri i sindaci contrattano il passaggio del container e di una delegazione, intorno si crea una folla incredibile che si posiziona man mano dietro agli scudi formando un’onda d’urto e tutt’intorno sulle collinette antistanti a formare quasi una curva di tifosi per la partita che da lì a poco si giocherà.

Dal furgone si continua a spiegare la situazione, “oggi siamo noi a provare a passare i blocchi, abbiamo anche noi gli scudi, spingeremo verso Venaus!”, l’intervento è accolto da applausi e grida d’incitamento, inizia la contesa, passa il container e la polizia si schiera compatta a chiudere il varco, le arieti no tav ci provano e si comincia a spingere, il contatto è determinato, la polizia carica ma non riesce ad andare oltre pochi centimetri dalla propria postazione, calci e manganelli colpiscono gli scudi e chi ne rimane fuori. Nicoletta Dosio è colpita in pieno volto da una manganellata che gli rompe il naso, la professoressa sanguina vistosamente, il corteo spinge e risponde alle cariche, volano oggetti ed è naturale che sia così. I compagni della fila di scudi sono circondati da gente che non si tira indietro, molti sono di Venaus, tutti sono lì per provarci. Non si indietreggia , la massa spinge e la colluttazione dura diversi minuti. Dalle curve sopra le collinette si scattano foto e si fanno riprese, ma soprattutto si incita a non mollare l’azione, dalla casa accanto al blocco vola qualche vaso di terracotta all’indirizzo della polizia, un anziano no tav colpisce un poliziotto con l’ombrello. E’ il momento, il corteo si divide, una parte prosegue in su verso Giaglione e si riversa giù dalla montagna per i sentieri. Tutti i punti sono buoni, inizia a nevicare quasi a rendere la coreografia della giornata di resistenza alpina perfetta, al bivio dei Passeggeri continua il fronteggiamento ma inizia a filtrare gente dai lati dello schieramento delle forze dell’ordine che ormai allo sbaraglio si aprono sconfitte. Sono migliaia i no tav che sono già al cantiere, l’area è recintata a ferro di cavallo, il prato su cui si sono costruiti i giorni meravigliosi di resistenza sono circondati da quella rete rossa che vilmente i tecnici di CMC, passamontagna calato sul volto, protetti dalla polizia, hanno piantato nel terreno durante la notte del blitz. I manifestanti si dispongono tutt’intorno alla rete, a guardar bene sembra quasi che si aspetti il segnale del via. La discesa sotto gli osceni piloni dell’autostrada, già vergati a vernice con due scritte no tav enormi, è composta da una cascata colorata di no tav, da Giaglione scendono i furgoni e il resto della manifestazione che passa vicino alla chiesa di Venaus le cui campane, ancora una volta, scandiscono i rintocchi della lotta.

Il via arriva, la rete cade sotto i piedi di chi si va a riprendere la propria terra, i no tav guidati da una bandiera issata si dirigono verso il cantiere con la polizia che indietreggia chiudendosi a testuggine. Le reti sono divelte, prese a calci persino dai bambini, la rete arancione è sequestrata e servirà poi a comporre scritte no tav sui prati antistanti. E’ una massa enorme quella che invade il prato, l’avanguardia della manifestazione intima alle forze dell’ordine la fuga, è ancora una volta la bialera a separare no tav e agenti, che disperatamente tentano ancora di disperdere la folla. Due lacrimogeni lanciati oggi non fanno di certo desistere nessuno! “Via!” è il segnale e si entra nel cantiere, lì i mezzi di CMC e LTF, lasciati incustoditi, vengono giustamente danneggiati, camper, gru e macchinari saranno resi inutilizzabili, i wc chimici formeranno una barricata verso la via interna dove gli agenti si sono ritirati.

Nel tragitto verso l’interno del cantiere vengono individuate le provviste delle forze dell’ordine che vengono requisite e distribuite tra i manifestanti. L’altra parte del prato è gremita di manifestanti, il prato del cantiere è completamente invaso, la forza pubblica è schiacciata nell’unico rifugio lasciatogli. Si schierano a difesa dell’ingresso principale, sono ridicoli, gli viene costruita una barricata in faccia laddove sorgeva il vecchio presidio, non sanno cosa fare, sono immobili e palesemente preoccupati.

Siamo ovunque, è di nuovo tutto del movimento, la gente è euforica. Nel prato si dà vita ad un comizio dove tutti acclamano la liberazione di Venaus, c’è chi la chiama la battaglia di VenausGrado in ricordo di Stalingrado, e anche il paesaggio innevato facilita i paragoni. Persino gli amministratori sono euforici, “ci siamo ripresi la dignità riprendendoci il cantiere” dice il sindaco di Venaus, “in montagna abbiamo sempre vinto” afferma il sindaco di Susa”, “A sarà düra” risponde la gente, il comizio è di tutti, la virttoria è collettiva.

Ignare le forze dell’ordine annunciano il prossimo ritiro che non avverrà, ma rimarranno mogie e schierate all’interno di quella piccola area rimastagli.

La giornata si completa calando sul prato il container, dando vita al nuovo presidio, bandiera no tav e albero di natale in cima, inaugurazione del sindaco e del più assiduo presidiante, Biagio fuochista di Venaus.

E’ sancito, Venaus è libera.

Per gli elicotteri di polizia e carabinieri rimane un’enorme scritta NO TAV fatta con la rete che hanno messo, aiutati dai manganelli, la notte del 5.

La gente di Venaus rimane sul posto, quando cala il buio in corteo si torna a Susa, la vittoria è schiacciante, il corteo è festoso e cantando Bella Ciao torna alla piazza da dove è partito, dove c’è una piccola distribuzione di viveri e bevande calde.

Nella serata una fiaccolata porterà alcune centinaia di abitanti della Val di Susa a sfilare festeggiando la vittoria tra Venaus e Novalesa.

La prima pagina dei quotidiani, la prima notizia dei tg ed ogni discussione è aperta dalla notizia “La Valle di Susa si è ripresa Venaus”, questo è il risultato di quell’8 dicembre, nel nome della dignità di un popolo che diventa comunità in lotta, che sa diventare movimento, che se serve sa come e quando combattere.