documenti, movimento — 4 dicembre 2008 at 10:06

La crisi e le grandi opere

Da quando la crisi è ufficialmente presa in considerazione dai governi, assistiamo ad una molteplicità di analisi e rimedi del più svariato credo economico-politico. Dagli Usa all’Europa l’unico vero rimedio che c’è in campo è il salvataggio degli establishment che di questa crisi sono causa, con l’immissione di denaro contante nelle casse degli istituti di credito (debito?), nelle compagnie finanziarie, nelle aziende di automobili e via discorrendo. E’ chiaro come il sistema-crisi tenti di salvare la sua esistenza, dotandosi di tamponi statali, visto che è in crisi nella sua completezza. Sarebbe ignobile ormai non ammetterlo, e lo sarebbe ancora di più se non conoscessimo orami chiaramente come questo vive, si arricchisce e si riproduce. Mai come in questo momento storico l’aiuto di stato viene a galla come unico rimedio al baratro, e sono in tanti a chiederlo, gli stessi che si sono affannati e si affanneranno a chiedere più privato e meno stato, in uno slogan che conosciamo ormai molto bene ogni qualvolta proviamo a curarci, a calcolarci la pensione o semplicemente a bere dell’acqua dal rubinetto. Benché la privatizzazione di tutto sia un dato acquisto nella nostra quotidianità, lo dovrebbe essere altrettanto per il malloppo che questi signori dell’industria si spartiscono e reclamano, che è fatto da soldi pubblici, soldi che vengono elargiti dallo stato, incassati dalle tasse, sottraendoli ad altri campi. Il pubblico diviene privato con enorme facilità, e l’ideologia dominante risiede proprio in questa transazione che ha tenuto a galla industrie come la Fiat, o parti del sistema creditizio. Non vi è campo del vivere che non sia a pagamento, che non sia messo a valutazione, e non vi è campo “privato” che non viva di spazi e soldi pubblici, nella ormai consolidata formula costi allo stato, guadagni alle imprese.
Il rapporto tra i due settori è così indistinto che la scuola, la sanità, le risorse sono divenute ormai luoghi dello scambio tra i due istituti, che a seconda della crisi invertono i ruoli in maniera speculare. Ci sarebbe da riflettere a lungo sui perché, ma visto che il tempo, mai come in questo momento è denaro, compete a tutti noi, mettere in campo resistenze e progetti per provare a evadere, da soggetti attivi, dalla crisi e dai suoi rimedi, provando, una volta almeno, a metter da parte il quieto vivere che accomuna i tempi di crisi, avendo ben presente chi è che la determina, la governa e la sposta. Perché solo spostandola è superabile una crisi di queste dimensioni, o meglio più che spostandola, scaricandola su qualcuno, perché sia chiaro, il peso non è “uguale per tutti”, proprio come non lo è la legge.

La crisi non incide sui manager, sui politici e sugli industriali di alto rango, incide altrove, tra il popolo, nel sociale, e nell’indotto del potere così come in quello della produzione.
Il governo Berlusconi si dimostra attento a non perdere il consenso di cui gode, e oltre a varare social card e altri palliativi del genere, si dice disposto a investire da subito miliardi nelle grandi opere, per far ripartire il paese e per creare posti di lavoro. Si dota, per esserne sicuro, di super commissari che garantiscono aziende e contratti, rimanendo al di sopra di tribunali e consigli comunali (vedi qui ). E’ lo stesso discorso che abbiamo sentito fare dal sindaco di Torino Chiamparino, che ha prospettato di combattere la crisi con i posti di lavoro e le opportunità offerte dal prossimo inceneritore e dalla costruzione del grattacielo Intesa-San Paolo. Che dire, a fronte della crisi sociale che sta investendo la ex Detroit italiana il futuro attore del “Pd/lega” del nord guarda lontano…
Ma tornando alle grandi opere, il governo investe (o sblocca come si usa dire) 16 miliardi di euro per riaprire e completare cantieri e lavori vari. Opere necessarie per continuare quella strada intrapresa da tempo che dimostra come sia a finale cieco. E’ un po’ come scavare buche per poi ricoprirle, ma tant’è che la fantasia e la creatività del trio Berlusconi-Tremonti-Brunetta porta qui. Mose, ponte sullo stretto, pedemontane, Tav sono i progetti da far partire per l’utilità del paese. Ma se questo è uno scaccia crisi, proviamo un attimo a pensare per chi lo è. Sappiamo bene come il sistema dei lavori pubblici faraonici come questi sia ben oliato, e dando per scontato l’inutilità della maggioranza delle opere in questione, sappiamo bene che tipo di sistema va ad alimentare la gettata di denaro fresco. Il sistema dei lavori pubblici oggi è il più grande luogo di finanziamento pubblico ai partiti dei nostri tempi, e non c’è bisogno di scomodare nessun tribunale o di tirare in ballo nessuna organizzazione mafiosa. Il luogo dello scambio di denaro è pubblico, alla luce del sole e avviene secondo norme e bandi regolarmente osservati. Non c’è più bisogno di tangenti o altri sistemi di corruzione per arrivare al fine ultimo, oggi la politica è nell’economia direttamente attraverso aziende e cooperative che equamente si spartiscono progettazione e realizzazione dei grandi appalti, stornando automaticamente nelle casse dei rispettivi appartenenti. Non è un caso del resto che i famosi “general contractors“, siano sempre gli stessi, che la CMC (cooperativa muratori e cementisti) sia la ditta che deve realizzare la maggioranza dei lavori pubblici, e che la progettazione degli stessi avvenga dalla Rocksoil di Lunardi.

Cosa significa quindi in un momento come questo investire in maniera significativa in questo settore se non alimentare questo sistema che ha bisogno di uscire dalla crisi, garantendosi un continuo futuro?
Qualcuno vorrebbe forse far credere che lavorare nei cantieri delle Grandi Opere sia sintomo di un lavoro, giusto, sicuro, ben retribuito e continuativo? O forse è un altro di quei tasselli che rende precari e a rischio della propria vita i lavoratori. E che questo sia il luogo politico dove entrano in scena mafie e giudici è assodato.
E poi dove vanno a finire le giustificazioni che ci hanno sempre dato sulle previsioni di trasporto delle merci per i prossimi vent’anni, quando sembra che da trasportare non ci sarà un gran che visto la discesa continua della domanda?
Quello che deve essere chiaro è che se il governo investe miliardi nelle grandi opere significa che li toglie a qualcos’altro, e questo avviene sempre non solo in tempo di crisi; significa che quei soldi pubblici saranno sottratti a qualche altro servizio pubblico, e contando che parliamo di opere inutili significa che saranno sottratti a qualcos’altro di sicuramente utile, non è in discussione.
Ad esempio dopo i tragici fatti di Rivoli, dove un ragazzo di 17 anni è morto per il crollo del tetto della sua scuola, molti conti sono stati fatti, e nonostante il presidente del consiglio la giudichi “una tragica fatalità”, l’episodio è avvenuto per l’incuranza di quella scuola, alla pari di molti altri edifici pubblici, tant’è che il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Guido Bertolaso ha calcolato che per mettere in sicurezza le circa 57.000 scuole italiane occorrerebbero 13 miliardi di euro.

Sedici contro tredici, opere già in atto da metter in sicurezza perché popolate da studenti contro opere da costruire di cui valutarne ancora l’utilità. Probabilmente a mettere in sicurezza le scuole si creerebbe un rilancio economico nazionale e locale, con l’impiego di migliaia di lavoratori, e senza l’agonia di sapere il proprio figlio o la propria figlia a scuola, ma non è questo il campo che interessa, la scuola va “tagliata” perché spende troppo e la colpa è degli insegnanti e dei baroni…Come sui posti di lavoro dove si muore quotidianamente è giusto deregolamentare i diritti dei lavoratori, erodergli garanzie e favorire le imprese. Quale occasione migliore di una crisi economica, per avviare ad esempio spese pubbliche volte a rimettere in sicurezza le scuole, sistemare gli acquedotti che perdono il 30% dell’acqua, bonificare le aree notoriamente inquinate, sovvenzionare le energie alternative? Con l’effetto sul medio periodo non solo di garantire l’impiego a fette consistenti di cittadini, ma con il risultato di ritrovarci al termine del ciclo, in un Paese eccellente dal punto di vista del pubblico, per tutti. Invece, no. Si asfalta e si continua ad investire sulla mobilità privata, l’automobile, proprio mentre i cittadini smettono di comprare auto e benzina e le industrie relative finiscono sul lastrico; non si pensa ad incentivare nuove produzioni e convertirne altre adeguandole ai tempi. Certo che no, “bisogna cambiare tutto per non cambiare nulla” è il motto.
E’ per questo che manifesteremo il 6 dicembre a Susa, per dire altro e dimostrare altro. Perché oggi bisogna decidere o una cosa o l’altra: o una linea ferroviaria inutile, costosa o dannosa, o rimettere in sicurezza e a nuovo scuole, ospedali e servizi pubblici. Noi lo abbiamo già deciso e difenderemo quest’idea insieme al futuro di tutti e tutte.


Lele Rizzo
(Comitato di lotta popolare contro l’Alta Velocità)
dicembre 2008