movimento, post — 4 marzo 2013 at 23:53

“Geografie resistenti” : storie di luoghi, di vite, di conflitti.

clarea tristezzaL’iniziativa che ha caratterizzato il fine settimana con tappe a Torino, a Bussoleno e in Clarea, ha registrato, tramite la proiezione dei film e i momenti di dibattito, una partecipazione non numerosissima, ma sicuramente motivata e attenta.
Giovedì sera, presso il circolo Bazura di Torino, è stata la volta di Vite di mezzo, documentario di Manuel Coser. I luoghi e i momenti sono quelli della nostra storia più recente, particolarmente emozionanti le immagini : la libera repubblica della Maddalena; la nostra baita che, ancora presidiata e in piena attività, occhieggia tra i castagni secolari, le casette sugli alberi, le pendici ricoperte di betulle. Un mondo che materialmente è stato distrutto, ma che continua a vivere dentro di noi, a farsi lucida volontà di conflitto. Poi c’è la vigna e chi la coltiva, la pacata denuncia della terra che muore, devastata da ruspe e veleni, a rischio di abbandono, se non la vinceremo, questa guerra.
Venerdì a Bussoleno, serata sulla lotta del popolo Kurdo, raccontata da Daniele e dal documentario di Stefano Savona Primavera in Kurdistan.Viene narrato il viaggio in compagnia di militanti del PKK, attraverso vasti orizzonti, monti e praterie, fino ai rifugi delle donne guerrigliere, dove, tra grandi vasi fioriti, tappeti, volti sorridenti, la morte sembra un assurdo, ma è sempre alle porte, sui sentieri che ti portano al confine, oltre le radure costellate di greggi.
E sono reali le prigioni e le torture crudeli che queste donne hanno subito, spesso in giovanissima età. Di queste prigioni ci parla il cortometraggio Notre corps est une arme, nel quale compare anche Sakine Cansiz, una delle fondatrici del PKK, assassinata un mese fa a Parigi, dove aveva trovato rifugio politico. Particolarmente significativa la presenza tra di noi di Ezel, giovanissima militante, rifugiata politica in Italia. Ezel quelle carceri le ha subite più volte, la prima volta a tredici anni, e ne descrive, con sorprendente pacatezza, lo squallore e la violenza, ma anche la solidarietà delle detenute, la crescita politica e umana che si fa resistenza invincibile contro il potere. Dalla serata è emersa, oltre alla vicenda di un popolo considerato da sempre “di troppo”, anche una lucida proposta politica, declinata a livello insieme locale e internazionale, che travalica le rivendicazioni nazionalistiche per approdare ad un progetto di liberazione sociale: uguaglianza, condivisione e libertà tra uomini e in sintonia con la natura.fuoco e donne
Il pomeriggio di sabato è la volta del dibattito Come immaginare il movimento, con i registi che si sono avvicinati alla nostra lotta con sete di verità e di giustizia, spinti anche dalle troppe menzogne con cui i mass media di regime tentavano di criminalizzare il Movimento NO TAV. Sono presenti Carlo Bachsmidt, Adonella Marena, Manolo Luppichini, Daniele Gaglianone, Antonio Martino. Si discute di immaginario collettivo, delle immagini capaci di fornire un aiuto alla lotta e dei filmati usati per criminalizzarla. Interessante la testimonianza di chi, partito come neutrale, è stato sospinto tra di noi proprio dalla pochezza e dalla palese malafede degli avversari.
Nell’ambito del dibattito si è innestato il film di Antonio Martino Isquat al Nizam – ai confini del regime, sui primi tempi della rivolta siriana, illustrando concretamente il ruolo dell’autoproduzione nella creazione e documentazione dei conflitti. Si tratta di un lungometraggio spesso assai tragico nella sua immediatezza, che il regista non ha girato di prima mano, ma messo insieme attraverso immagini riprese coi i telefonini e poi pubblicate sul network.
La domenica vede presente tra noi il comitato Cittadini liberi e pensanti, costituito da operai dell’Ilva e da cittadini di Taranto. Durante la passeggiata in Clarea e nell’assemblea pomeridiana a Bussoleno, ci parlano della loro lotta contro quella che ,per il territorio e per i suoi abitanti ,è da sempre una vera e propria fabbrica della morte, dispensatrice di diossina che i neonati succhiano già dal latte materno. Una monocultura del disastro che ha spazzato via agricoltura, pastorizia, pesca, turismo , dispensando sfruttamento, inquinamento, malattia e morte. Il lavoro uccide anche nella fabbrica: è di qualche giorno fa la morte di un operaio precipitato dal tetto di un capannone, dove era stato mandato a lavorare, nonostante la struttura fosse sotto sequestro giudiziario.
E ci raccontano di ricatto occupazionale, di mobbing per chi dissente, di padroni che tengono al guinzaglio politici e sindacati, di guerre tra poveri alimentate ad arte e della grande speranza accesa anche in loro dalla nostra storia NO TAV.
Il dibattito sottolinea il tema della contrapposizione tra ambiente e lavoro che il capitale usa per alimentare la guerra tra poveri e perpetuare il suo dominio. Interviene anche un lavoratore della Beltrame,l’acciaieria che da quarant’anni ha continuato ad inquinare, a seppellire scorie pericolose, a giocare sul ricatto occupazionale, usando di volta in volta il bastone e la carota, ed ora si appresta a chiudere e a scappare col malloppo.
Il profitto padronale e la lotta operaia è il tema dell’ultimo film: L’arte della guerra. Lucidissima analisi dei rapporti di produzione che inevitabilmente contrappongono il capitale e la classe operaia, in una vera e propria guerra che non conosce possibili mediazioni o concertazioni, e deve essere condotta, fino in fondo, senza deleghe, con intelligenza, compattezza ed organizzazione, pena la sconfitta.
Il film narra, attraverso immagini documentarie e la voce dei protagonisti, la lotta dei lavoratori dell’Innse di Milano, la fabbrica metalmeccanica che il padrone, il torinese Genta, voleva chiudere e smantellare a fini di speculazione edilizia.
Una mobilitazione che vede impegnati per oltre un anno, tra il 2008 e il 2009, gli operai, le loro famiglie e centinaia di solidali, con il blocco dei cancelli, un presidio permanente e la salita di quattro operai sul carroponte.
innse tristezzaLe immagini ci commuovono ed entusiasmano perché ci sono familiari: il presidio, l’assedio delle “forze dell’ordine”, le manganellate, gli striscioni “Giù le mani dall’Innse”, i giorni e le notti vissuti collettivamente in una caparbia, inflessibile resistenza, i blocchi stradali ed i conseguenti processi: tutto ci appartiene.
La guerra finisce per l’Innse con la vittoria degli operai. L‘arte della guerra ha dato i suoi frutti, si è rivelata un efficace strumento, che va studiato e praticato in prima persona, partendo dalla propria realtà e dalla conoscenza diretta dei propri problemi.
“Possiamo fare con voi, non per voi” risponde un operaio a chi gli chiede la ricetta per vincere. E’ un buon antidoto contro superficialità, pigrizie e illusioni, la garanzia di solidarietà reali e durature, un metodo su cui dobbiamo riflettere, anche nella nostra lotta.