“Non è tangentopoli, è molto peggio”

maggio 27, 2010 by admin · Commenti disabilitati
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Ivan Cicconi
è ben noto al movimento NoTav. Le sue analisi puntuali hanno aiutato a collocare la vicenda alta velocità nel quadro della trasformazione radicale e complessiva della spesa “pubblica”. Le recenti vicende della corruzione italica si comprendono meglio alla luce proprio di questo quadro. In un articolo per IlManifesto Cicconi riesce a chiarire in poche battute quel “keinesismo alla rovescia che si celebra nelle istituzioni e nella spesa pubblica privatizzata” e che è andato di pari passo con la trasformazione dell’intero sistema politico-partitico. Il che, aggiungiamo noi, spiega perché alla crisi evidente del neoliberismo nessuna risposta in avanti, di pur minimo newdealismo, è venuta e potrà venire da questo sistema anche nelle sue appendici di “sinistra” (e non vale solo per l’Italia). Sempre meno la difesa del welfare può essere demandata allo stato, sempre più pubblico e statale tendono a divergere… [ndr].
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La crisi e le grandi opere

dicembre 4, 2008 by admin · Leave a Comment
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Da quando la crisi è ufficialmente presa in considerazione dai governi, assistiamo ad una molteplicità di analisi e rimedi del più svariato credo economico-politico. Dagli Usa all’Europa l’unico vero rimedio che c’è in campo è il salvataggio degli establishment che di questa crisi sono causa, con l’immissione di denaro contante nelle casse degli istituti di credito (debito?), nelle compagnie finanziarie, nelle aziende di automobili e via discorrendo. E’ chiaro come il sistema-crisi tenti di salvare la sua esistenza, dotandosi di tamponi statali, visto che è in crisi nella sua completezza. Sarebbe ignobile ormai non ammetterlo, e lo sarebbe ancora di più se non conoscessimo orami chiaramente come questo vive, si arricchisce e si riproduce. Mai come in questo momento storico l’aiuto di stato viene a galla come unico rimedio al baratro, e sono in tanti a chiederlo, gli stessi che si sono affannati e si affanneranno a chiedere più privato e meno stato, in uno slogan che conosciamo ormai molto bene ogni qualvolta proviamo a curarci, a calcolarci la pensione o semplicemente a bere dell’acqua dal rubinetto. Benché la privatizzazione di tutto sia un dato acquisto nella nostra quotidianità, lo dovrebbe essere altrettanto per il malloppo che questi signori dell’industria si spartiscono e reclamano, che è fatto da soldi pubblici, soldi che vengono elargiti dallo stato, incassati dalle tasse, sottraendoli ad altri campi. Il pubblico diviene privato con enorme facilità, e l’ideologia dominante risiede proprio in questa transazione che ha tenuto a galla industrie come la Fiat, o parti del sistema creditizio. Non vi è campo del vivere che non sia a pagamento, che non sia messo a valutazione, e non vi è campo “privato” che non viva di spazi e soldi pubblici, nella ormai consolidata formula costi allo stato, guadagni alle imprese.
Il rapporto tra i due settori è così indistinto che la scuola, la sanità, le risorse sono divenute ormai luoghi dello scambio tra i due istituti, che a seconda della crisi invertono i ruoli in maniera speculare. Ci sarebbe da riflettere a lungo sui perché, ma visto che il tempo, mai come in questo momento è denaro, compete a tutti noi, mettere in campo resistenze e progetti per provare a evadere, da soggetti attivi, dalla crisi e dai suoi rimedi, provando, una volta almeno, a metter da parte il quieto vivere che accomuna i tempi di crisi, avendo ben presente chi è che la determina, la governa e la sposta. Perché solo spostandola è superabile una crisi di queste dimensioni, o meglio più che spostandola, scaricandola su qualcuno, perché sia chiaro, il peso non è “uguale per tutti”, proprio come non lo è la legge.

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